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Rivista di teologia morale

Pubblico qui l’articolo uscito nel numero 161/2009 della Rivista di teologia morale dei Padri dehoniani di Bologna, in cui si raccontano e commentano le giornate della 14a edizione della Settimana alfonsiana, organizzata dal Centro culturale Segno a Palermo, dal 20 al 28 settembre del 2008.

14a Settimana alfonsiana:
Tempo di apocalisse

Una settimana di dibattiti e riflessioni attorno al tema dell’apocalisse. È la Settimana Alfonsiana, giunta alla sua 14A edizione, che si è tenuta a Palermo dal 20 al 28 settembre 2008 nella sede dei Padri Redentoristi, organizzata dalla rivista Segno diretta da  padre Nino Fasullo[1]. Per comprendere lo spirito, e lo stile, delle Settimane Alfonsiane, può essere utile tenere presente il riferimento culturale cui esse si ispirano: sant’Alfonso de Liguori (Napoli, 1696-1787), un grande del cristianesimo, esponente alto, non solo nella chiesa, della cultura mite e tollerante, della fiducia e della benignità. Note, tutte, che portano dritto al Concilio Vaticano II, al pluralismo, alla laicità, alla cultura e alla pratica dell’accoglienza. Non per nulla i temi delle Settimane sono trattati, liberamente e criticamente, da intellettuali e studiosi di cultura laica e religiosa in un dialettico confronto aperto alla intelligente partecipazione del pubblico. Del resto, la rivista che si intesta l’iniziativa delle Settimane nacque, sia pure non esclusivamente, in ascolto del Concilio, nel momento in cui si fece attenta e partecipe dei problemi della città, della Sicilia e del Sud, quindi del Paese. È lì, infatti,  nella città, che incontrò la mafia, contro cui  impegnò – e continua a impegnare – il meglio delle sue energie ormai da 34 anni.

Il tema di quest’anno è stato: «tempo di apocalisse». Il libro di Giovanni, però, è servito solo come motivo di riflessione sull’attualità, con le sue contraddizioni, le sue tragedie, le sue paure. Come ha affermato padre Fasullo aprendo i lavori, tutta la vicenda apocalittica si svolge nella storia, quaggiù, anche se viene rappresentata lassù, nell’immenso scenario dei cieli dove è assiso Colui che regge nella destra il libro della vita chiuso da sette sigilli. Dire «apocalisse» significa, però, anche parlare di attese, di futuro, dal momento che essa riguarda le domande sul senso ultimo della vita e della storia, che interessano tutti, credenti e non credenti. Significa, quindi, cercare le ragioni della speranza annidate negli avvenimenti che in vario modo coinvolgono l’umanità. D’altronde apocalisse significa   svelamento, e dunque, «apertura della realtà». Lo scopo della Settimana è stato, pertanto, quello di demistificare il mondo, comprendere cosa si nasconde dietro i miti di benessere e di successo e da dove nascono le paure di cui tutti siamo testimoni. Un’occasione, in breve, per interrogarci sul destino dell’uomo, su dove stiamo andando e su quali strade «alternative» è  possibile camminare al fine di evitare realmente l’«apocalisse». Dopotutto, come spiega padre Fasullo, Giovanni non scrisse il libro per terrorizzare o far disperare, ma, al contrario, per suscitare   fede e speranza. Per invitare credenti e non credenti a resistere,  nonostante tutto.

Quelli della Settimana sono stati cinque pomeriggi assai densi. Con una partecipazione, senza enfasi, ampia e attenta di pubblico largamente giovanile. A ciò ha contribuito, probabilmente, anche l’interesse suscitato dai relatori. Di seguito, un resoconto dei più importanti motivi emersi dagli interventi.

L’«Apocalisse adesso» e il corto circuito della paura

Il mestiere del politico è, innanzitutto, quello di cogliere i segnali della società per poterne definire i punti deboli e organizzare soluzioni efficaci. Di questa capacità di analisi ha dato prova il leader del Partito democratico, Walter Veltroni, nel suo intervento conclusivo della Settimana. Il nostro, ha affermato Veltroni, prendendo a prestito l’espressione da Le due città di Charles Dickens, è «il migliore e il peggiore dei mondi»: un tempo contraddittorio, cioè, in cui si ha la consapevolezza di aver raggiunto il picco del benessere e perciò si teme di perdere tutto. Per la prima volta, dopo la seconda guerra mondiale, si ha infatti l’impressione che domani sarà peggio di ieri: alla speranza è subentrata la paura del futuro. Il che rischia di minacciare la tenuta collettiva della società, una società sempre più frammentata in un’aggregazione di piccoli «io» in costante competizione e ostilità. Miti di successo personale (magari anche effimero), spesso veicolati dal mezzo televisivo, si vanno sempre più sostituendo a quelli collettivi di pace, di libertà e giustizia.

Come ha sostenuto Gian Carlo Caselli,  procuratore della Repubblica di Torino, accanto a questi nuovi miti e «valori» si aggiungono  nuove paure, frutto, anche, delle scene di violenze e allarmismo che i media riversano ogni giorno nelle nostre case: dall’insicurezza e precarietà del lavoro al costo della vita sempre più insostenibile, dalla crisi finanziaria all’arrivo in massa di stranieri, dalla minaccia terroristica all’allarme ambientale globale. Tutto ciò, ha spiegato Caselli, ci induce a cercare «paure sostitutive», le quali, il più delle volte, si traducono in paura nei confronti del prossimo: che sia lo straniero piuttosto che l’omosessuale, il musulmano più che l’accattone o il vicino di casa. Ad alimentare tali paure – è triste notarlo – è però anche una certa classe politica dotata di pochi scrupoli e di scarsa responsabilità; oltre che di certi giornalisti che, seguendo la cronaca del giorno, non si pongono, spesso, la questione di approfondire e ricercare con un sano lavoro di inchiesta le motivazioni dei drammi che descrivono. Le paure diventano, allora, ha sottolineato il procuratore di Torino, solo un’occasione di investimento politico e massmediatico. Da qui, quello che Caselli ha definito «il corto circuito della paura». La politica, incapace di proporre soluzioni reali, come investimenti in istruzione o politiche di inserimento, preferisce cercare consensi cavalcando l’onda emotiva. La soluzione proposta da Caselli è di ripartire dalla Costituzione, espressione di un grande compromesso politico e culturale che garantisce, attraverso un sistema di pesi e contrappesi, un modello di democrazia pluralista, in grado di unire armoniosamente libertà e uguaglianza. Oggi, invece, la tendenza pare essere quella di un modello che dia potere assoluto alla maggioranza del momento, col rischio reale di ciò che James Madison chiamava «dittatura della maggioranza» e la conseguente discriminazione delle minoranze del Paese. I primi segnali, avverte Caselli, sono già arrivati, pur non avendo ancora messo mano alla modifica costituzionale. Lo si vede anche  nel tentativo di  introdurre il reato di immigrazione clandestina o di archiviazione delle impronte digitali dei bambini rom.

Di fronte a una società sempre più disgregata, priva di quei valori che ne hanno garantito una certa coesione, occorrerebbe recuperare, ribadisce Veltroni, il senso del «limite» e della «reciprocità», comprendere che la libertà dell’individuo finisce dove inizia quella dell’altro, armonizzare cioè l’«io» col «noi», la libertà con l’uguaglianza.

Che di fronte ai nostri passi si apra la porta dell’abisso o quella del Regno di Dio (per usare i simboli dell’Apocalisse), ha concluso il leader del Pd, dipende solo da noi. Bisogna, cioè, resistere. Resistere essenzialmente alla tentazione di aderire ai valori della maggioranza, di chiuderci nel recinto degli interessi individuali. Dobbiamo, in altre parole, resistere alla paura, come hanno fatto le vittime di Cosa nostra e delle altre  organizzazioni criminali.

Il caso Campania

La prima giornata di dibattiti della Settimana è stata, in particolare, un’occasione preziosa per gettare uno sguardo all’interno dell’«apocalisse» campana. Uno dei testimoni di quella apocalisse è senza dubbio Raffaele Cantone, tra i magistrati più perspicaci nelle indagini sui Casalesi. Cantone ha delineato alcuni tratti della camorra, a torto, in passato, identificata quasi come fenomeno folkloristico, tipico del popolo napoletano, alla stregua della pizza, del vecchio mandolino o di Pulcinella. Si tratta, invece, di fenomeno drammaticamente criminale che, pur diverso da Cosa nostra, riesce, come la mafia, a infiltrarsi nella pubblica amministrazione, a controllare i   mercati, da quello del calcestruzzo a quello della droga, da quello della gestione dei rifiuti a quello dei posti di lavoro e, in particolare, dei voti. Ma Napoli non è un caso isolato. È, piuttosto, l’archetipo della città meridionale, in cui la volontà di cambiare è solo di una minoranza inconcludente, in cui volentieri ci  si affida al demiurgo di turno, accolto passivamente come «uomo della provvidenza». Una nota polemica Cantone l’ha riservata poi ai media nazionali, che sono scesi in Campania per registrare il caso «monnezza», ma solo superficialmente, ancora una volta come nota di folklore, senza interrogarsi sulle reali cause sociali e politiche che hanno condotto al fenomeno. Serve, ha sostenuto il magistrato, un «movimento di coscienze» che parta dal basso; una reazione critica popolare che in Campania stenta a decollare. Ma, forse,   oggi, qualcosa si muove. Ne è un segno l’ottimo romanzo di Roberto Saviano, Gomorra, e il film di Garrone dallo stesso titolo, che hanno sollevato il velo di mistificazione di cui la camorra campana e i suoi fiancheggiatori godevano. Ecco la «rivelazione», l’Apocalisse in senso proprio. Fondamentale è allora la funzione sociale della letteratura, anche della fiction, che riesce ad avviare   battaglie culturali anche all’interno del mondo camorrista, mettendo in crisi disvalori atavici scambiati per condizioni naturali immodificabili.

Da una società della paura verso una società della speranza

Come passare dalla società della paura ad una società di speranza? A questa domanda ha tentato una risposta il procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, affermando che la società  guarda con speranza alle giovani generazioni. Bisogna evitare, però, il rischio che i giovani perdano la fiducia nelle istituzioni. Mentre va  alimentata una forte cultura della legalità. Non si possono mantenere i giovani in uno stato di bisogno e di dipendenza permanenti (vedi precarietà dell’occupazione) per  poter elargire  loro diritti (come quello al lavoro) sottoforma di privilegi. Occorre una «nuova alleanza» tra chi produce cultura (le scuole in primo luogo) e chi produce legalità, per far sì che i giovani non perdano la speranza. Ai giovani, tuttavia, non serve soltanto l’entusiasmo. Serve anche l’ingenuità, la forza, cioè, di credere nelle utopie necessarie per poter cambiare le cose, come l’esperienza storica dimostra. I segnali positivi, in questo senso, non mancano. Ci sono i giovani siciliani di «Addiopizzo» e quelli calabresi di  «Amazzateci tutti». C’è pure l’osservazione «ottimistica» di Giovanni Falcone, il quale ricorda a tutti che la mafia avendo avuto un inizio può avere anche una fine. Dipende dall’impegno di molti. Falcone e Borsellino, ha affermato il procuratore, rappresentano ancora un modello di responsabilità etica e civile impossibile da dimenticare. A loro va il merito di avere insegnato «il senso del dovere al di là del risultato».

Attendere o agire?

In effetti, il messaggio, laico e cristiano, dell’Apocalisse è proprio questo: credere e sperare,  nonostante tutto. Non è senza significato il fatto che l’ultimo libro della Bibbia insista ripetutamente  sui termini «costanza» e «fedeltà». Se da un lato la speranza è necessaria, essa può anche indurre a un atteggiamento passivo di mera attesa. La fede invece è ssai di più: richiede piena e costante partecipazione. È  fedeltà a un patto… all’alleanza con Dio. L’ha sostenuto Massimo Cacciari, filosofo e sindaco Venezia, secondo cui l’Apocalisse è un invito ad aderire al progetto evangelico.   L’invito a scegliere da che parte stare nell’eterna lotta tra bene e male. Un aut aut: o con Dio o senza Dio. Dio è radicale, non ammette compromessi o mezze misure («poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca», Ap. 3,16). La lotta sarà «eterna», ha aggiunto Cacciari, perché l’uomo ha il potere della libertà, del libero arbitrio. Giovanni scrive infatti: «Chi commette ingiustizia continui pure a commettere ingiustizia, l’impuro continui ad essere impuro. Ma il giusto continui a praticare la giustizia e il santo si santifichi ancora» (Ap. 21, 11). Il pericolo è che proprio grazie alla  libertà rischiamo di non essere mai veramente liberi. La domanda, che come un filo rosso ha percorso  la Settimana, affrontata ora in chiave filosofica, ora in ottica escatologica, ora in modo più spiccatamente sociale, è stata la seguente: è tempo di attendere o agire? Massimo Cacciari non ha dubbi: non vi è nulla da attendere, non c’è un secondo avvento. Il Cristo è già venuto. Resta solo da decidersi. Dirgli sì o no. Servire il piano di Dio o rifiutarlo. Ma con la venuta di Cristo il piano è già esecutivo. Con l’Ego sum la storia è già giudicata. Se tutti seguissimo   il modello di vita disegnato da Cristo avremmo già «vita beata». La domanda (retorica) di Cacciari sottende anche un valore laico. L’Apocalisse, cioè, contiene un messaggio aperto anche al non credente. La vera questione, allora, non è il quando ma il come giungere alla «Gerusalemme celeste». D’accordo Piero Stefani, docente dell’Università di Ferrara, secondo cui – ha spiegato – non vi è alcuna «Verità» da venire. È già arrivata. È già  presente, qui e ora. Soltanto che è nascosta, per cui va,  appunto, svelata e accolta. Come ha anche illustrato il biblista Ricardo Pérez Márquez, il termine greco usato da Giovanni, e tradotto con l’italiano «tempo», non fa  riferimento al senso quantitativo (chronos) ma a quello qualitativo (kairos). Non si tratta, cioè, di un tempo cronologicamente vicino che deve arrivare, ma del tempo propizio per agire, da non lasciarsi sfuggire. Il progetto di Dio deve realizzarsi attraverso l’uomo: Dio agisce nel mondo solo in modo libero e invisibile, infondendo il suo  Spirito. Pertanto, non è l’uomo che chiede aiuto a Dio, ma è piuttosto Dio che nell’Apocalisse (e con l’Apocalisse) chiede aiuto all’uomo. Lo stesso concetto chiarisce anche Paolo De Benedetti, docente di Antico Testamento e Giudaismo nell’Università di Urbino.

Denuncia delle connivenze col potere politico

Un altro tema emerso nella Settimana è stato quello della laicità delle istituzioni, riprendendo  il tema della Settimana dell’anno scorso (2007):  «A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio». Il Dio dell’Apocalisse, d’altronde, in linea col Vangelo, condanna il potere mondano che si identifica con il dominio di uomini su altri uomini («Babilonia la grande», «la grande prostituta […con cui] fornicarono i re della terra», Ap. 17). Il Regno di Cristo «non è di questo mondo», afferma Gesù (Giovanni 18, 36). Non risponde, cioè, alle logiche mondane di dominio. Il suo modello è solo il servizio («Se qualcuno vuol essere il primo, sarà l’ultimo di tutti e il servitore di tutti», Marco, 9, 35). Viene affermato, quindi, un modello di laicità in cui potere temporale e missione religiosa debbono restare nettamente distinti, denunciando la tendenza di alcune delle prime comunità cristiane a scendere già a compromessi col potere politico.

Remo Bodei, filosofo e docente nell’università di Los Angeles (California), ha fatto notare come, in particolare, l’Apocalisse testimoni un desiderio profondo di giustizia. La storia mostra, tuttavia, che i mezzi umani, come quello della politica, siano il più delle volte inefficaci. Serve dunque davvero un aiuto divino esterno?   E se il Messia tarda tanto, come mantenere accesa la speranza? Se la promessa di una futura giustizia può alimentare la speranza, quando questa viene a lungo disattesa non rischia di produrre profonda delusione? Su queste domande hanno riflettuto in tanti (e non solo nella Settimana Alfonsiana). Tra gli altri il grande teologo Sergio Quinzio, sul cui pensiero si è soffermata Rita Fulco, dell’università di Messina. Dal Commento alla Bibbia di Quinzio emerge un Dio impotente, che se pure arrivasse adesso sarebbe comunque in ritardo. Tesi condivisa dal regista Roberto Andò, che non ha avuto dubbi nell’individuare nella tragedia del quotidiano la vera catastrofe, la vera apocalisse. Dove sta la speranza allora? Secondo il regista palermitano è già dentro l’atto creativo: anche il libro o il film più pessimista sono già un segno di speranza perché è al futuro che inevitabilmente vengono consegnati.

Unicità dell’Apocalisse di Giovanni e sua fortuna

Inevitabile è stato parlare dell’Apocalisse anche dal punto di vista storico. Sull’argomento si sono intrattenuti alcuni relatori, tra cui Gian Luca Potestà, docente di Storia della Chiesa nell’Università cattolica di Milano. Molte sono le religioni che prendono vita da una profezia apocalittica. Nella sola tradizione ebraico-cristiana, inoltre, vi sono diversi testi apocalittici, da quelli veterotestamentari (come il libro di Daniele su cui il professore si è soffermato), a quelli neotestamentari apocrifi. Eppure vi sono delle caratteristiche proprie del testo giovanneo che lo rendono unico nel suo genere. Su queste peculiarità si è concentrato Ricardo Pérez Márquez, che ha sottolineato come l’Apocalisse di Giovanni si discosti nettamente dalla tradizione apocalittica di tendenza pessimistica, deterministica e, talvolta, settaria. Al contrario, Giovanni, con l’immagine della Gerusalemme celeste, è decisamente ottimista: le immagini terrifiche che possono indurre a pensarlo come catastrofista sono state scritte solo per mostrare, mediante i simboli, il livello di disumanità a cui può arrivare il mondo se continua a rigettare il modello proposto dal Cristo.

L’Apocalisse  non è affatto deterministica,  perché – come  mostrano le stesse catastrofi   descritte nel libro – Dio rispetta il libero arbitrio fino alle estreme conseguenze. Inoltre,    il messaggio riportato da Giovanni è tutt’altro che settario, dal momento che non si rivolge a un solo popolo (come nel Primo Testamento in riferimento a quello ebraico) o a pochi eletti (come nella tradizione gnostica), bensì alle sette chiese, vale a dire alla loro totalità, ovvero all’umanità intera.

Il testo di Giovanni ha vissuto momenti di bassa fortuna all’interno della Chiesa cattolica, che ha spesso archiviato il testo riferendolo al passato, alla caduta dell’Impero romano, per proporre se stessa come incarnazione del regno di Dio e della Gerusalemme celeste. Lo storico Francesco Chiovaro, redentorista, ha mostrato come il Medioevo sia stato un’epoca assai complessa e ricca di eventi contrassegnati anche da attese millenariste: basti pensare all’Anno Mille intorno al quale di è detto e scritto di tutto. Non deve sfuggire, tuttavia, ha sottolineato lo storico, che proprio il Medioevo è stato lo spartiacque che ha segnato in tutta Europa   una grande rinascita culturale, urbanistica ed economica,  e ha permesso, in particolare, un aumento esponenziale della popolazione, raggiungendo il suo picco demografico tra il XII e il XIII secolo. In breve, aprendo le porte alla civiltà rinascimentale.

Un testo di immagini: compassione e denuncia

L’Apocalisse – si è detto – è un testo di non facile comprensione per la sua carica simbolica e visionaria. Per comprenderne il senso, anche se in modo parziale, non si può  non partire proprio dalle sue immagini. Leggere l’Apocalisse è un po’ come vedere un film, ha evidenziato padre Fasullo, con i dialoghi, ma anche e soprattutto con le immagini e i suoni che il testo evoca. Michele Cometa, preside della Facoltà di Scienze della formazione e docente di Letterature comparate nell’Università di Palermo, ha preso le mosse dalla natura visiva e visionaria del testo di Giovanni, cogliendo l’occasione per analizzare le immagini che vengono ripetute ossessivamente nei nostri diversi contesti mediatici, dai tg agli spot pubblicitari alla cartellonistica  nelle strade. In particolare, ha fatto riferimento ai fotogrammi dell’11 settembre e alle foto delle torture americane praticate nel carcere di Abu Ghraib, divenute icone, metafore della tragicità del nostro tempo, che racchiudono in poca sostanza espressiva l’immensità del dolore dell’uomo, «l’indicibile», da cui scaturisce il sentimento della compassione umana, proprio come avviene nell’Apocalisse.

A ripercorrere, invece, letteralmente, le immagini del testo giovanneo è stata Gabriella Caramore, giornalista e conduttrice del programma radiofonico (terza rete) Uomini e profeti. Il libro della Rivelazione ci disvela, ha sostenuto, attraverso le sue immagini simboliche, come il male si mascheri nel mondo. Ad esempio, la bestia salita dalla terra ha l’aspetto dell’Agnello («aveva due corna simili a quelle di un agnello», Ap. 13, 11) e, come il Cristo, compie prodigi con i quali seduce l’umanità. L’Apocalisse va vista allora come documento della crisi. Essa, infatti, denuncia – seppure con mezzi simbolici e non propriamente documentali, ma proprio per questo di portata universale – il potere di seduzione del male, ma ancor più le nostre connivenze. Apre gli occhi e chiede un atto di responsabilità.

Conclusioni

Ad aiutarci a entrare nel clima dell’Apocalisse è stata la lettura del testo giovanneo da parte di Vincenzo Pirrotta, attore, regista e autore di teatro, che nella suggestiva cornice della Sala Gialla del Palazzo dei Normanni, accompagnato dal pianista Luca Maceri, ha saputo restituire al libro tutta la sua carica visionaria, regalando al pubblico una serata di grande suggestione.

La Settimana Alfonsiana si è aperta, invece, con un concerto dell’Orchestra del Conservatorio «Vincenzo Bellini» di Palermo, diretta dal maestro Carmelo Caruso, con un promettente Andrea Obiso (14 anni) nella parte di violino solista. A chiudere la Settimana, poi, due concerti, rispettivamente del pianista Calogero Di Liberto e del Trio siciliano (Silviu Dima,    Giorgio Gasparro   e Fabio Piazza). Sant’Alfonso era  anche un fine musicista: nelle Settimane che da lui prendono nome, non potevano mancare  i momenti musicali.

L’Apocalisse è senz’altro un testo complesso e però affascinante. Tratta del futuro, di ciò che deve avvenire, ma soprattutto di ciò che avviene tutti i giorni. Per qualcuno invece racconta solo del passato. Secondo molti, ancora, parla in chiave simbolica del presente, di quella eterna lotta  quotidiana data dalla resistenza alla seduzione del male. Per qualcun altro, infine, è allegoria del travaglio interiore a cui è sottoposto chi vuole percorrere la via spirituale e, più in generale, la strada della giustizia. Ma forse è un po’ tutto questo. In ogni caso è un testo per la speranza e   per la fede. Spiega che proprio quando il male e i suoi tormenti sono più forti e tutto sembra perduto e avvolto dall’oscurità, proprio allora la luce è pronta a illuminare e a fare risorgere. Come accade nelle doglie che preludono al parto.

Vale la pena resistere e mantenere fede nelle promesse del Vangelo. Fede laica, infine, che poi non è così differente da quella enunciata da Gesù. Forse questo è il messaggio della 14A Settimana Alfonsiana.

* Valerio Droga, giornalista professionista, si è laureato in Scienze della comunicazione con una tesi sperimentale sulla questione armena: Nor Arax, enclave armena in territorio italiano. Forme di integrazione e vita quotidiana di un popolo in esilio (2007), con cui ha vinto il Premio giornalistico «Mario Francese».


[1] Cronaca della Settimana:

Cinque pomeriggi di dibattiti e convegni attorno al tema “tempo di apocalisse”, incorniciati da tre serate di concerti, in apertura e poi in chiusura. Musica e discussioni come parte di un unico e coerente discorso, iniziato a Palermo il 20 settembre e chiusosi il 28 dello stesso mese. Di seguito lo svolgimento della Settimana, giorno per giorno:

Sabato 20 settembre 2008, ore 21.15. Si apre la 14A Settimana alfonsiana nella sala del conservatorio Vincenzo Bellini di Palermo. L’orchestra del conservatorio, diretta dal maestro Carmelo Caruso e con un giovanissimo Andrea Obiso al violino, ha eseguito brani di Mozart e Beethoven.

Domenica 21, ore 21.15. La Settimana si sposta al Palazzo dei Normanni, nella suggestiva cornice della Sala Gialla. L’attore e regista teatrale Vincenzo Pirrotta legge e interpreta il libro dell’Apocalisse, accompagnato al pianoforte dal compositore Luca Mauceri, con brani originali.

Lunedì 22, ore 17.00. Prima giornata di dibattiti presso la sede palermitana dei Padri redentoristi, in via Badìa, che resterà la stessa per tutte le cinque giornate dei convegni. Relatori: il regista palermitano Roberto Andò, il magistrato di Cassazione Raffaele Cantone, lo scrittore salernitano Diego De Silva, il superiore provinciale dei Padri redentoristi Davide Perdonò. Moderatore: padre Nino Fasullo, direttore di Segno, che modererà anche le giornate successive.

Martedì 23, ore 17.00. Secondo convegno. Relatori: il procuratore della repubblica di Torino Gian Carlo Caselli, il biblista Ricardo Perez Marquez e Gianluca Potestà, docente di Storia della Chiesa all’università del Sacro Cuore di Milano.

Mercoledì 24, ore 17.00. Terzo pomeriggio dedicato ai dibattiti. Intervengono il sindaco di Venezia Massimo Cacciari, il medievista Francesco Chiovaro, Michele Cometa, preside di Scienze della formazione dell’università di Palermo e docente di Letterature comparate, e Rita Fulco, dell’università di Messina.

Giovedì 25, ore 17.00. È la quarta occasione di incontro e confronto. Relatori: Gabriella Caramore, giornalista di Radio 3 e conduttrice di Uomini e profeti, Paolo De Benedetti, docente universitario di Giudaismo e Antico Testamento, e il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso.

Venerdì 26, ore 17.00. Siamo all’ultima giornata di dibattiti. Intervengono Remo Bodei, filosofo e docente all’università della California di Los Angeles, Piero Stefani, docente di Filosofia della religione e di Ebraismo all’università di Ferrara, e il segretario del Partito democratico Walter Veltroni.

Sabato 27, ore 21.15. Ci spostiamo nuovamente nella Sala Gialla di Palazzo dei Normanni, intrattenuti dalle note del pianoforte di Calogero Di Liberto, che spazia da Soler a Haydn, da Mendelssohn a Brahms e Liszt.

Domenica 28, ore 21.15. Chiusura della Settimana con la musica del Trio Siciliano (Silviu Dima al violino, Giorgio Gasparro al violoncello e Fabio Piazza al pianoforte) presso la stessa Sala Gialla.

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