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Curriculum vitae

Mi chiamo Valerio Droga, dottore in Scienze della comunicazione e giornalista professionista iscritto all’Ordine regionale di Sicilia con la tessera n. 067974. Dal 2008 collaboro con la rivista di opinione Segno, su cui scrivo di temi sociali ed economici, e sono impegnato con la carica di presidente nell’associazione Qanat Sicilia, nata per promuovere attività culturali, editoriali e formative e che si occupa in particolare dell’organizzazione di mostre, spettacoli ed eventi di natura culturale in genere.

Stampa, tg, notiziari online e lavori di grafica

Nel 2006 inizio la collaborazione con il quotidiano La Sicilia, che dura per un paio di anni, per il quale seguo principalmente spettacoli ed eventi culturali. Nel 2009 lavoro per il tg regionale di Trm, occupandomi della realizzazione dei servizi, dalle interviste alla scrittura dei testi, dallo speakeraggio alla guida del montaggio.  Nel 2008 inizio la mia collaborazione con il mensile Segno, scrivendo di temi sociali, storici ed economici. Dall’estate del 2009 a ottobre 2010, scrivo per l’Avvisatore marittimo della Sicilia, quindicinale di informazione marittima, economia mercantile, politica dei trasporti, turismo e ambiente, con un ampio spettro di compiti: dalla ricerca delle notizie alla redazione degli articoli, dalla pianificazione della scaletta a quella del timone e del menabò, dalla titolazione all’impaginazione dei pezzi. Qui imparo direttamente sul campo l’uso del software di impaginazione professionale Quark Express. Più di recente, contestualmente a un corso di formazione frequentato nel 2010, inizio lo stage nel quotidiano telematico Blogsicilia (occupandomi sia della produzione di articoli che dell’impaginazione e titolazione dei pezzi dei collaboratori esterni). Più tardi, proseguo lo stage su Pescainsicilia, sito di settore, dipendente dal primo.

Da giornalista freelance scrivo saltuariamente anche su altri periodici, così, per esempio, per la Rivista di teologia morale dei Padri dehoniani di Bologna, pubblico un resoconto critico della 14a Settimana alfonsiana e, per la rivista Subaqua, un articolo sulla scuola Cedifop per operatori tecnici subacquei. Nei ritagli di tempo mi dedico anche alla realizzazione di pieghevoli informativi per conto di privati, curandone sia la ricerca e la scrittura dei contenuti che la grafica.

Uffici stampa

Nel 2002 sono il responsabile dell’ufficio stampa e le relazioni con il pubblico della quattro giorni di convegni dal titolo “Professione: comunicatore”, organizzata con alcuni colleghi di Aiscom (Associazione italiana per lo sviluppo di Scienze della comunicazione) e Cerp Students Palermo (Confederazione europea di pubbliche relazioni). Nel 2008 mi occupo delle relazioni con i media per il convegno di tre giorni “Un segno lungo 35 anni”, in occasione dell’uscita del numero 300 di Segno. Nel 2009 curo l’ufficio stampa del Comitato di sorveglianza del Programma operativo per il Fondo sociale europeo della Regione siciliana 2007-2013 (Po Fse 2007-2013) e successivamente del “Southern International Meeting West 2009” (Sim West 2009), congresso internazionale di chirurgia interventistica organizzato da Biba Congressi. Nell’autunno 2010 dirigo l’ufficio stampa della 16a Settimana alfonsiana organizzata dal Centro culturale “Segno” e a marzo 2011 mi occupo dell’ufficio stampa per la messa in scena di una commedia del 1921 di Francesco Lanza, “Il vendicatore“.

Organizzazione di eventi

Nel biennio 2000-2001, con una squadra di colleghi universitari, fondiamo in ambiente protetto IG Students (con l’assistenza di Sviluppo Italia e dell’Università di Palermo) Unicom, impresa di intermediazione di servizi per gli studenti universitari e degli istituti superiori, ai quali viene offerto l’acquisto di una carta sconti valida in alcuni negozi e locali che si rivolgono a un pubblico giovane. L’anno successivo, con alcuni colleghi di Aiscom e Cerp Students Palermo, si organizza il ciclo di convegni dal titolo “Professione: comunicatore”, che attraverso incontri, seminari e workshop con esperti dei vari ambiti comunicativi si propone l’obiettivo di aiutare gli studenti di Scienze della comunicazione nella delicata fase di orientamento.

Nel settembre 2006, durante il periodo di praticantato, organizzo assieme ai colleghi della redazione di Cultura, il convegno “Nel ventre di Palermo. Salvo Licata, tra giornalismo e teatro”, che, attraverso le testimonianze di amici, colleghi e familiari, mette in luce la figura del giornalista de L’Ora e il suo carattere poliedrico. Nel 2008 prendo parte all’organizzazione della 14a Settimana alfonsiana e, gli anni seguenti, delle successive due edizioni.
Nel 2009 fondo con tre colleghi l’associazione culturale Qanat Sicilia, che prende il nome dai canali d’acqua scavati dagli arabi che attraversano tutt’ora il sottosuolo di Palermo, nata con lo scopo di contribuire a fare riemergere il potenziale culturale ‘sommerso’ della città.

Gli anni della formazione

Durante gli studi universitari frequento un corso di inglese alla scuola di lingue “John Milton”, che mi prepara a sostenere l’esame per l’attestato internazionale Pitman Esol livello Intermediate B2, conseguito con il risultato First Class (equivalente alla lode). Nel 2002 frequento i workshop organizzati con alcuni colleghi in seno alla quattro giorni “Professione: comunicatore”: “Gestione dell’ufficio stampa”, “Una strategia di marketing per Duca di Salaparuta”, “Tecniche di empowerment personale” e “Costruzione di un logotipo”, tenuti rispettivamente da Igor Righetti, capo ufficio stampa della Ericsson Italia, Giuseppe Bianchini, consulente marketing RB&S, Giancarlo De Caro, presidente dell’Aif Toscana e il grafico creativo Gianni Li Muli.

Le prime esperienze giornalistiche risalgono al 2005. Dopo un breve ma formativo approccio al linguaggio radiofonico sulle frequenze dell’emittente interregionale Radio Futura Network e una collaborazione con il settimanale RadiocorriereTV, vengo ammesso alla scuola di giornalismo “Mario Francese”, che mi consente di entrare nella redazione di Ateneonline, quotidiano dell’Università di Palermo, una delle primissime esperienze di giornalismo telematico sul nostro territorio. Per i successivi 18 mesi ho così la possibilità di confrontarmi immediatamente con la realtà redazionale tout court e le sue dinamiche, dalla raccolta di notizie al lavoro di desk, dalla titolazione all’impaginazione, dalla consultazione delle agenzie alle inchieste sul campo e così via.

Contemporaneamente, oltre a vari seminari teorico-pratici organizzati dalla scuola, svolgo sei mesi di stage in alcune redazioni siciliane, esperienza che mi ha permesso di espandere la conoscenza in campo giornalistico: dal telegiornale di Trm al quotidiano cartaceo de La Sicilia, dall’ufficio stampa della Presidenza della Regione siciliana all’agenzia stampa Ansamed. Prima dell’esame di stato, frequento inoltre il corso di preparazione agli esami di idoneità professionale a Fiuggi promosso dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti. Il 24 gennaio del 2008, a Roma, pochi mesi dopo gli esami scritti, sostengo la prova orale e ottengo l’abilitazione professionale.

Convinto sostenitore dell’ideale della formazione permanente, nella primavera del 2010 mi rimetto in discussione confrontandomi col mondo della grafica e del web in generale, iscrivendomi al corso per Esperto in visual design organizzato dalla Serverstudio. Qui apprendo l’uso di alcuni programmi di settore, dall’Adobe Photoshop all’Adobe Illustrator, dall’Adobe Flash all’Adobe InDesign, che, unito alle conoscenze precedentemente accumulate con l’uso del Quark Express e dello Scribus (alternativa free), mi permette di avere una completa padronanza degli strumenti informatici di impaginazione. Inoltre, durante il corso, apprendo anche i fondamenti di alcuni linguaggi di programmazione web (html, css, php) e di alcuni software per la gestione dinamica dei contenuti (WordPress, Joomla e Drupal), che mi forniscono la possibilità di creare siti Internet. Infine, il corso mi consente di conoscere gli strumenti del web marketing più avanzato, come Google AdWords e AdPlanner.

L’istruzione, dalla scuola all’università

Nel 1999 ottengo la maturità scientifica al liceo “Galileo Galilei” di Palermo con la votazione di 92/100, presentando, con una squadra costituita da cinque compagni, una tesina multidisciplinare dal titolo “L’uomo e la macchina”, che guarda al rapporto tra umanità e tecnologia dal punto di vista delle diverse discipline di studio, dal futurismo in arte e in letteratura alla guerra del Kosovo (che si svolge in quei mesi) in storia. In allegato alla tesina, un’intervista video, da noi condotta e montata, ad Anna Maria Ruta, massima autorità in tema di futurismo siciliano.

Mi laureo nella mia città in Scienze della comunicazione – indirizzo Giornalismo (vecchio ordinamento) nel 2007, con la votazione di 110, lode e menzione e una tesi sperimentale di tipo sociologico e semiotico sul genocidio degli armeni (“Nor Arax, enclave armena in territorio italiano. Forme di integrazione e vita quotidiana di un popolo in esilio”), con cui vinco l’anno dopo il Premio giornalistico “Mario Francese per la sezione dedicata alle tesi di laurea. Per la fase di ricerca sul campo mi reco a Bari dove negli anni Venti del secolo scorso nasce il villaggio di Nor Arax per ospitare un centinaio di scampati al Metz Yeghérn, il Grande male. Con le interviste realizzate, le riprese e il materiale raccolto, realizzo anche un video (proiettato in sede di laurea), “Nor Arax, ritorno alla memoria“, che racconta la vita nel villaggio e l’esperienza di integrazione con i cittadini italiani. Estratti della tesi trovano spazio, più tardi, nelle pagine di Segno.

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Premio Mario Francese 2008:

fondazionefrancese.org
90011.it
cittànuovecorleone.blogspot.com

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Nor Arax – tesi di laurea

Nor Arax, enclave armena in territorio italiano
Forme di integrazione e vita quotidiana di un popolo in esilio

Relatrice: prof.ssa Alessandra Dino
Secondo relatore: dott. Salvatore Cusimano

Anno accademico 2006-2007

 

 

Di seguito un riassunto del lavoro.

Introduzione

 

Ingresso di Nor Arax (oggi)

Scegliendo di partire dall’attualità, la notizia più recente (al momento della stesura della tesi) è quella dell’omicidio del giornalista turco armeno Hrant Dink, a cui è anche dedicato questo lavoro, avvenuto a Istanbul il 19 gennaio 2007 per mano di un giovane ultranazionalista. La sua colpa era stata quella di avere rispolverato la parola genocidio a proposito dello sterminio del 1915. Andando a ritroso possiamo ripercorrere le vicende giudiziarie che, mosse dall’accusa di violazione del famigerato articolo 301 del codice penale turco (“oltraggio all’identità turca”), hanno visto coinvolti rispettivamente lo storico Taner Akçam, i coniugi editori Ragip e Ayse Nur Zarakolu, il romanziere Orhan Pamuk e la sua collega Elif Shafak, fino a ritornare ai giorni nostri per osservare l’accoglienza riservata alla Masseria delle allodole dei fratelli Taviani dalla comunità turca di Berlino, dove il film è stato presentato lo scorso anno.

 

Il popolo armeno, da nazione leale a pericolo interno

 

Abdul Hamid

Gli Armeni abitano l’Anatolia orientale almeno dal X secolo a. C., quando si ha testimonianza di un loro regno indipendente. Conteso a lungo da Persiani e Romani, venne infine conquistato e diviso nel IV secolo d. C. Più tardi passò sotto l’Impero bizantino e successivamente sotto quello ottomano, nel cui apparato burocratico gli armeni ricoprirono sempre incarichi di alto livello, mantenendo però la propria identità linguistica e religiosa. Sotto l’Impero ottomano si guadagnarono l’appellativo di “nazione leale”, fino alla metà dell’Ottocento, quando l’Impero entrò in profonda crisi, con l’indipendenza di molti popoli balcanici di religione cristiana. Anche gli armeni cominciarono ad avanzare pretese di autonomia o addirittura indipendenza, che, unite alle pressioni internazionali in senso riformista, spinsero antiteticamente il sultano Abdul Hamīd, dopo una prima apertura liberale, ad un arroccamento autocratico, che culminò nei massacri del 1894-96, in cui furono sterminati oltre duecentomila armeni.

L’ascesa dei Giovani Turchi e il Metz Yeghérn

Foto di Armin Wegner

Nel 1908 un golpe militare, sostenuto dall’Europa e dalle minoranze del paese, portò al potere il partito dei Giovani Turchi, che prometteva laicità e modernizzazione ma che deviò ben presto verso un’impostazione nazionalista (panturchismo) e razzista (turanismo). Così l’anno seguente l’Europa assistette silenziosa ai massacri genocidarî ai danni degli armeni di Cilicia e, nel 1915, mentre i riflettori internazionali erano puntati sul conflitto mondiale, all’eliminazione programmatica degli ultimi armeni residenti in Turchia. Il piano, rispetto ai massacri precedenti, era più raffinato: prima venne catturata ed eliminata tutta l’intellighenzia armena di Costantinopoli (ovvero il ponte con i giornali e l’opinione pubblica europea), poi fu la volta dei soldati e degli uomini dei villaggi. Gli altri civili, senza più protezione, vennero deportati verso il deserto della Siria, un luogo di morte certa, in una marcia estenuante senza cibo né acqua, in preda a malattie e soprattutto agli assalti di bande criminali che depredavano i convogli. Si verificarono numerosi stupri, rapimenti, torture, uccisioni indiscriminate.

L’Armenia oggi

Alla fine del luglio 1915 di oltre due milioni di armeni che abitavano l’Anatolia orientale non rimaneva praticamente nessuno. Le vittime del primo genocidio del Novecento europeo, quello che gli armeni chiamano Metz Yeghérn, cioè il Grande male, ammontarono a circa un milione e mezzo, vale a dire che furono sterminati più dei due terzi del popolo armeno. I processi del primo dopoguerra condannarono i responsabili, ma i verdetti non vennero mai eseguiti. L’ultima stagione dei massacri ai danni degli armeni si registrò, infine, con il conflitto turco-greco, quando anche la roccaforte di Smirne venne espugnata nel 1922, con la fuga, per i più fortunati, verso le coste greche, degli stessi armeni che nella città avevano precedentemente trovato rifugio. Dell’Armenia storica che si estendeva dal Caucaso meridionale al Mar Nero, occupando gran parte dell’Anatolia orientale fino alle coste mediterranee meridionali, oggi non resta che un fazzoletto di terra senza sbocco sul mare, stretto fra Georgia, Turchia, Iran e Azerbaigian. Con quest’ultimo, dopo l’indipendenza del 1991 dall’Urss, l’Armenia ha intrattenuto un conflitto triennale per motivi territoriali, rimasti tutt’ora irrisolti. Oggi gli armeni nel mondo sono circa sette milioni, di cui oltre tre milioni vivono in Armenia, non più di ottantamila in Turchia, mentre tutti gli altri costituiscono il cosiddetto popolo della diaspora.

Armeni in Italia

Tra Italia e Armenia i rapporti sono sempre stati molto intensi già dal tempo dell’Impero romano, ma si sono rafforzati soprattutto nel Medioevo, quando si svilupparono rotte commerciali verso l’Oriente e si insediarono in molte nostre città consistenti comunità armene, poi assorbite nel corso dei secoli. Emblematici i casi di Venezia e Livorno, dove gli armeni detenevano gran parte dell’economia cittadina, facendone in gran misura la loro fortuna. A seguito del genocidio del 1915 si registrò una nuova ondata emigratoria, soprattutto in Europa e in America, che ebbe il carattere della diaspora. In Italia i conglomerati più consistenti si formarono a Roma, Milano, Torino e Bari, dove nel 1926 fu fondato addirittura un piccolo villaggio per ospitarli, chiamato Nor Arax.

Nor Arax, una storia di salvezza e integrazione

Bari, donne armene ai telai

La storia dell’insediamento barese inizia nel 1924, quando oltre cento armeni, scampati al rogo di Smirne e riparati in Grecia, furono chiamati nel capoluogo pugliese dal conte Umberto Zanotti Bianco e dal poeta armeno Hrand Nazariantz, esule nel capoluogo pugliese, come manodopera per il lanificio dell’ingegner Lorenzo Valerio. Qui iniziarono la produzione di tappeti orientali, primo esempio in Italia. Questi manufatti vennero venduti nelle piazze più importanti del mondo. Dopo una sistemazione provvisoria dei profughi, fu creato, nel 1926, il villaggio, con sei grandi capannoni avuti dalla Germania come riparazione di guerra. Nel villaggio sorgeva, inoltre, una chiesetta e una scuola aperta anche ai bambini del circondario, primo luogo di integrazione per le nuove generazioni. I piccoli osservavano le donne ai telai e con gioia partecipavano alle feste organizzate dagli adulti. Gli armeni si integrarono perfettamente nel territorio, senza per questo dover rinunciare alla propria identità. Negli anni il villaggio si è andato svuotando.

Nor Arax e i suoi abitanti

Alcuni ottennero la cittadinanza italiana e, con questa, una casa in città; altri, in cerca di un lavoro, si trasferirono altrove.

La scuola è adesso gestita dalle suore. La chiesetta, però, è diventata un deposito e molti capannoni sono andati giù. Solo due famiglie vi abitano ancora. Di Nor Arax, oggi, rimane davvero ben poco, a parte la memoria.
Il villaggio armeno rappresenta forse un modello di vera integrazione. A Nor Arax, infatti, sventolavano congiuntamente la bandiera armena e quella italiana. Inoltre nessuno fu costretto ad abiurare la propria religione e, infine, la scuola era frequentata anche dai bambini baresi. Fu Zanotti a parlare per primo, con estrema lungimiranza, della necessità di promuovere “una temporanea naturalizzazione che non mirasse alla totale assimilazione”.

Quattro idealtipi di integrazione sociale

Partendo proprio dalla distinzione fondamentale tra assimilazione e integrazione e riflettendo sul duplice fenomeno dell’emigrazione-immigrazione e su temi quali quello dell’identità, abbiamo intervistato alcuni di coloro che hanno abitato Nor Arax esaminandone i racconti biografici, attraverso gli strumenti della sociologia comprendente weberiana. Da ognuno di essi è emerso un modo diverso di vivere il proprio essere minoranza in un territorio straniero. Abbiamo cioè estrapolato diverse forme di integrazione sociale (estensibili anche ad altri contesti) poi schematizzate in sei idealtipi, ad ognuno dei quali abbiamo dato un nome. Per la loro definizione ci siamo serviti della semiotica, organizzando questi tipi ideali secondo il modello teorico del quadrato semiotico.

Si va dall’‘assimilato’, che rifiuta il passato cercando una nuova identità nella terra ospitante, al ‘rifugiato’, che si rassegna a vivere nella nuova terra, ma sentendosi sempre un ospite. Dal ‘tradizionalista’, che al contrario dell’‘assimilato’ coltiva i ricordi e sogna un ritorno in patria, allo ‘sradicato’, sempre alla ricerca inappagata di una nuova identità. E poi l’‘apolide’, rassegnato con indifferenza alla sua eterna condizione di senza-patria, fino al suo opposto, il ‘sincretista’, che invece cerca un equilibrato ma difficilissimo compromesso tra l’identità di origine e quella nuova, divenendo, nel caso specifico, un armeno-italiano. Quest’ultimo in particolare rappresenta l’idealtipo per quel modello di integrazione noto come modello del trattino, che pare tenda affermarsi in Europa.

 

Diritto internazionale e diritti umani

In conclusione di questo lavoro non potevamo non chiederci se un futuro senza genocidî fosse possibile, partendo proprio dalla definizione che Raphael Lemkin vi diede nel 1944, quando coniò il termine. Con genocidio il giurista polacco intese circoscrivere quei casi in cui esista un piano intenzionale che tenti di eliminare la cultura, la lingua e la religione di un gruppo nazionale, prima ancora che i diritti civili e, infine, la vita stessa dei suoi membri. L’esperienza storica mostra come il solo modo, in campo giuridico, per garantire i diritti dell’uomo nel mondo sia un quadro legislativo sovranazionale. Purtroppo la storia, dalle convenzioni di Ginevra ad oggi, mostra anche il fallimento del diritto penale internazionale di fronte al dogma della sovranità nazionale. Inoltre, l’Onu non è stata mai dotata né di credibilità né di strumenti efficaci per esercitare il ruolo di giudice internazionale super partes. Una funzione fondamentale nella segnalazione di rischî genocidarî la può oggi avere l’informazione, che, come scrive Yves Ternon, “è la bombola d’ossigeno dei diritti dell’uomo”.

Genocidio, figlio della Modernità

Va detto che di massacri di interi popoli la Storia è piena, ma il genocidio è figlio della Modernità. Innanzitutto la macchina genocidaria si serve della complessa burocrazia della società moderna. Inoltre, il genocidio di un popolo non può essere concepito che da una ideologia, basata sulla scriminante etnica o nazionale. Un’ideologia, dunque, figlia della Modernità, risultato lineare e antitetico della logica aristotelica e del finalismo ebraico-cristiano, che hanno permeato il Medioevo europeo, poi secolarizzati dall’Illuminismo sottoforma rispettivamente delle ideologie della Ragione e del Progresso. “Con l’ideologia – scrive Ternon – l’irrazionale fa ritorno nella civiltà illuministica”. Oggi, in piena crisi della Ragione e dello Stato moderno, si aprono quadri di relativismo culturale e quindi di nuove forme di sincretismo. In questo scenario postmoderno, caratterizzato per altro da ondate migratorie e società sempre più multietniche, la vera sfida è allora l’integrazione. Integrazione intesa come convivenza di gruppi etnici e religiosi diversi sulla base soltanto di un quadro giuridico-legislativo condiviso, cioè di un contratto sociale, mantenendo salva l’integrità, ovvero l’identità di ogni individuo e gruppo etnico-religioso. Siamo così in presenza di quel modello del trattino, ben lontano dal tradizionale modello assimilazionista, che rischierebbe (quest’ultimo) di accentuare nuovi e molto pericolosi conflitti sociali.

Negazionismo e genocidio bianco

Infine, un’importanza chiave la detiene la memoria collettiva, che va coltivata in opposizione alle derive negazioniste. Non solo per non commettere gli stessi errori del passato, ma anche per una motivazione etica. Si tratta di aiutare coloro che sono sopravvissuti a esperienze simili ad elaborare il lutto, a dare cioè un senso al loro dolore. Come si vede da molte testimonianze, essi non chiedono altro che essere ascoltati per rendersi utili alle generazioni future, ma spesso si scontrano contro il muro dell’inaudibilità, come lo chiama Paolo Jedlowski. La società, come un individuo, spesso tende a occultare i fatti più indecorosi del proprio passato. Un processo di rimozione collettiva, dunque, che spesso costringe i testimoni, a loro volta, al silenzio, spingendoli in certi casi perfino al suicidio. Altri, invece, si rassegnano spesso ad una sorta di non-vita, uccidendo il proprio passato, vivendo in preda al senso di colpa verso gli amici e i familiari che non ce l’hanno fatta e hanno lasciato loro il testimone. È la negazione, è ciò che molti chiamano genocidio bianco, le cui vittime non le troveremo mai segnate su alcun registro, ma che tuttavia non sono meno numerose di quelle dei genocidi veri e propri.

Verso una lettura etica della Storia

A poco servono le commemorazioni ufficiali, come spiega Jedlowski, che sono l’istituzionalizzazione, la ritualizzazione e quindi “la sterilizzazione del ricordo”, che diventa così, spesso, qualcosa di estraneo alla nostra esperienza. Al contrario, per collegare la memoria fra le generazioni occorre la raccolta di testimonianze personali, capaci di far scattare il meccanismo dell’immedesimazione. Ciò spiega anche la scelta metodologica della presente ricerca, che è di tipo essenzialmente qualitativo, e che più precisamente si fonda sui racconti biografici, convinti come siamo che grandi numeri e statistiche non rendano giustizia alla tragicità degli eventi storici. D’altronde era proprio Stalin che, con estremo cinismo, ammetteva: “La morte di una persona è una tragedia, quella di qualche milione solo un dato statistico”. Forse allora, per dare un senso al passato, dovremmo rileggere in quest’ottica tutta la Storia, cioè come un grande mosaico di piccole storie. Forse così, attraverso uno sguardo più umano rivolto al passato, potremo guardare, vivere e costruire con maggiore umanità anche il presente, cancellando davvero per sempre dal nostro vocabolario la parola genocidio.

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Per leggere l’intero testo della tesi (315 pagine) o acquistare una copia cliccare qui.

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Nor Arax – il video

Breve documentario realizzato per la laurea che racconta l’esperienza del piccolo villaggio di Nor Arax, nato a Bari negli anni Venti del secolo scorso al fine di ospitare alcuni dei superstiti dello sterminio degli armeni avvenuto in Anatolia durante la prima guerra mondiale.

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Il perché di questo blog

Di certo il mondo non ne sentiva la mancanza, ma io sì. Questo è un blog, soltanto un blog personale. Nasce dall'esigenza di dire ciò che penso anche se nessuno forse lo leggerà. In un mondo in cui ognuno ha da dire qualcosa, in cui si scrive più che leggere e si parla più che ascoltare, anch'io volevo salirvi a bordo. È la cosiddetta blogosfera. Ma andiamo a noi, perché questo nome, Pensieri sparsi? E chi meglio dell'autore può svelarcelo? Leggiamo dunque l'intervista che ci ha concesso.

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Il video è stato realizzato per la laurea, dalle interviste e i materiali raccolti durante la fase di ricerca della tesi.

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